Il capitano Marco Callegaro a Kabul
Nella foto: il capitano Marco Callegaro a Kabul

Pagare di più per avere di meno. È quanto emerge dalle indagini relative al suicidio del capitano Marco Callegaro, ritrovato morto nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul nella notte tra il 24 e 25 luglio 2010. Un suicidio che porta con sé vari interrogativi, in un Paese – l’Afghanistan – che nel corso degli anni ha già visto le strane morti di Iendi Iannelli, Stefano Siringo e Cristiano Congiu (qui e qui).

Marco Callegaro: un suicidio “blindato”

Originario di Gavello (Rovigo) ma residente a Bologna, padre di due figli, Callegaro è, all’epoca, capo della gestione patrimoniale presso il centro amministrativo d’intendenza (Cai) del comando Italfor a Kabul, a cui spetta tra gli altri compiti la gestione amministrativa del personale operante in Afghanistan, l’acquisizione di beni e servizi e l’affidamento degli appalti di lavori infrastrutturali.

Le indagini della Procura militare di Roma, affidate al procuratore Marco De Paolis e al sostituto Antonella Masala, portano gli inquirenti al sequestro di una quantità ingente di documenti – racchiusi in ben quattro container – e ventotto veicoli. Tra quei documenti ci sarebbero le prove dell’acquisto di blindature più leggere di quelle previste per i veicoli non militari – usati ad esempio dai politici o dagli ambasciatori in visita – pagate allo stesso prezzo delle blindature solitamente usate, più pesanti e dunque più resistenti. L’esame degli inquirenti ruota soprattutto intorno alla mancata comunicazione della blindatura non conforme per tre veicoli destinati all’Italia Senior Officer, l’ufficiale più alto in grado nel nostro contingente militare di stanza in Afghanistan.
Quattro ufficiali dell’Esercito e due dell’Aeronautica, responsabili dei contratti di noleggio, vengono così accusati di truffa militare aggravata e peculato.

#MarcoCallegaro, “suicidato” per coprire la #truffa dei blindati in #Afghanistan? Condividi il Tweet

Come se non bastasse, la società afghana che forniva (fornisce?) le blindature è guidata da un individuo che le indagini definiscono vicino ad ambienti terroristici. Per evitare problemi, inoltre, le commissioni di collaudo venivano (vengono?) formate da personale privo di competenza e di adeguata documentazione.
L’operazione – portata avanti dal 2009 al 2014 e basata su una vasta rete di connivenze – ha causato un danno economico di 35.000 euro.

Perché sei ufficiali italiani hanno deciso di mettere deliberatamente in pericolo la vita di loro commilitoni o di alte cariche del Paese di cui indossano la divisa? Un’ipotesi plausibile, dicono gli inquirenti, è la corruzione. Un reato che per effetto delle competenze decise dal codice militare di pace, può essere perseguito solo dalla magistratura ordinaria, così come l’eventuale istigazione al suicidio del capitano Callegaro. Oppure una “stecca” pagata tramite la società per evitare ritorsioni terroristiche, una pratica accertata, almeno fino al 2009, dai cablogrammi diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks.

Quel che è certo, comunque, è che la morte di Marco Callegaro è direttamente legata alle pressioni a cui il capitano è sottoposto per il suo lavoro. Pressioni a cui è ipotizzabile abbiano preso parte anche quei tre capitani italiani “guastafeste” contrari alla petizione con cui il capitano cercava di migliorare la qualità del cibo, essendo le pietanze quasi sempre fritte.

Dopo la morte del capitano avvengono due fatti inquietanti, forse casuali (sono pur sempre passati sei anni…) ma che legati insieme danno una lettura precisa dell’intera vicenda: lo scorso luglio la sua tomba viene imbrattata con escrementi umani, mentre a dicembre i suoi genitori subiscono un furto in casa.

Truffe, droga&omicidi: qual è la vera storia della nostra guerra in Afghanistan?

L’Italia dovrà fare prima o poi i conti con il denaro sperperato intorno alla nostra campagna militare in Afghanistan, dove la truffa della blindatura non è stata l’unico sperpero di denaro pubblico.

Tre anni dopo il suicidio di Marco Callegaro, infatti, la Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Sassari scopre come un’officina di Castelsardo (Sassari) appaltatrice della Difesa, abbia utilizzato pezzi di ricambio vecchi spacciandoli per nuovi – spesso semplicemente riverniciandoli – fatturando però i pezzi come originali e gli interventi come effettivamente realizzati, per un danno economico alle casse dello Stato di 100.000 euro. Tra i ventisei veicoli sequestrati – soprattutto Vm90, mezzi da pattugliamento non protetti utilizzati per gli spostamenti interni alle basi – anche alcuni Lince, ormai da anni denunciati come pericolosi dagli stessi militari, da cui l’operazione delle Fiamme Gialle prende nome.
Accusati della truffa sono i quattro titolari dell’Officina (Enrico, Giovanni Battista e Roberto Finà oltre ad Argenite Moroni) e il comandante Giovanni Orfeo Ruiu, per il quale sarebbe stato definito anche il reato di corruzione.

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Sperpero di denaro pubblico, omicidi, traffico di droga. Mentre la Nato chiede di prolungare l’impegno afghano dell’Italia oltre il 2016, sarebbe forse il caso di interrogarsi su cosa sia stata davvero la nostra missione militare in Afghanistan. Ma questa è un’altra storia.