L’anomalia del governo Parri tra vecchi e nuovi regimi
Nell’immagine: i ministri del governo guidato da Ferruccio Parri (quinto da sinistra)

Nel breve volgere di qualche mese, il clima in Italia cambia drasticamente. Nonostante la creazione dell’Alto Commissariato, neanche i governi guidati da Ivanoe Bonomi dimostrano l’intenzione concreta di voler davvero chiudere i conti con il fascismo. Anzi, in più di un caso i funzionari del vecchio regime vengono reclutati nell’amministrazione dell’Italia liberata, anche in ruoli di particolare importanza. Pietro Badoglio, Mario Roatta, Giuseppe Pieche o Lorenzo Maroni, sono in tal senso casi più che emblematici.
Inoltre, l’opposizione politica al programma epurativo ottiene sempre più consensi: alla fine del 1944 a conservatori e monarchici si aggiungono anche esponenti dello stesso CLN come il leader socialista Pietro Nenni, che dalle pagine de l’Avanti! si scaglia contro una epurazione che non ha neanche sfiorato i veri criminali come il re e il maresciallo Badoglio.

Mentre gli Alleati arrivano a liberare il nord Italia – Milano e Genova verranno liberate tra il 23 e il 25 aprile 1945, Torino due giorni dopo – i massimi dirigenti del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia accusano i loro colleghi di Roma di essersi dimostrati troppo teneri e aperti al compromesso con gli ex fascisti. Per alcuni esponenti del CLNAI, quello di Roma è un vero e proprio tradimento dei valori della Resistenza.

L’epurazione dal #fascismo è una farsa. Traditi i valori della #Resistenza, dice il #CLNAI Condividi il Tweet

L’anomalia Parri: tra riscossa e compromesso morale

La crisi viene risolta solo con le dimissioni di Bonomi e la formazione di un nuovo governo, che sarà il primo dell’Italia liberata. Scartata l’ipotesi di procedere ad un mero rimpasto, i britannici appongono il veto alla candidatura del conte Sforza, inviso a Londra fin dai tempi del suo incarico all’Alto Commissariato. Il progetto più realizzabile appare a questo punto un governo “di mezzadria”, guidato da Alcide De Gasperi e con una ripartizione paritaria dei ministeri tra la Dc e i socialisti di Pietro Nenni, la cui candidatura alla presidenza del Consiglio si scontra con la paura di un governo troppo spostato a sinistra. L’ipotesi di un esecutivo De Gasperi-Nenni (al quale sarebbe andata la vicepresidenza) viene bloccata da una vera e propria “pregiudiziale anticomunista”: i democristiani temono infatti che l’alleanza Psiup-Pci darebbe al governo «una coloritura social-comunista», con un «sensibile spostamento dell’equilibrio dei partiti»[1]. Dall’altro lato, Togliatti teme la concorrenza dei socialisti come primo partito della sinistra italiana, e per questo decide di non sostenere l’alleato Nenni alla presidenza del Consiglio.

La scelta dei sei partiti del CLN ricade sul nome dell’azionista Ferruccio Parri, importante comandante partigiano nel nord ma figura politicamente modesta nella nuova Italia dei partiti. Il 21 giugno 1945 nasce ufficialmente il primo (e unico) esecutivo guidato dal Partito d’Azione, che il suo stesso presidente definisce “governo di salute pubblica”. Oltre che sul nome del comandante “Maurizio”, i partiti raggiungono anche un altro compromesso, ovvero che tutti i leader del CLN devono far parte del nuovo esecutivo: Alcide De Gasperi è chiamato a guidare il ministero degli Esteri, mentre a Pietro Nenni vengono affidate la vicepresidenza (insieme al liberale Manlio Brosio, futuro segretario generale NATO) e la guida dell’Alto Commissariato in sostituzione del conte Sforza. Ministro della Giustizia è Palmiro Togliatti. Il presidente del Consiglio diventa, ad interim, anche ministro dell’Interno.

A differenza di molti dei principali leader politici dell’epoca, che già ricoprivano incarichi nell’Italia liberale e, in alcuni casi, avevano avuto rapporti con il fascismo, Parri è un uomo nuovo alla politica, che durante le consultazioni per il nuovo esecutivo si definisce «il signor partigiano qualunque»[2] e che, proprio per questo, può tentare di dare all’Italia quella «riscossa morale»[3] necessaria a chiudere davvero l’epoca fascista e dar vita ad una nuova Italia.

Il governo Parri nasce già fortemente compromissorio, stretto tra la richiesta di un forte rinnovamento portata avanti da comunisti, socialisti e azionisti e quella di riforme moderate di cui si fanno promotori liberali e democristiani. Al centro del suo intero programma politico, Parri pone un pilastro imprescindibile: non può esistere una “nuova” Italia senza aver prima epurato completamente il Paese dal regime fascista e da quello liberale del 1922 che aveva reso possibile l’avvento di Mussolini al governo.
Nel mirino degli epuratori entra così anche quella parte dell’industria che aveva sostenuto il fascismo e che, fino a quel momento, è passata indenne nel cambio dal regime mussoliniano all’Italia pre-repubblicana. Una serie di ulteriori provvedimenti e tasse vengono istituiti per favorire la formazione di piccole e medie imprese, necessarie a far ripartire un Paese in cui è ancora forte il ricorso alla “borsa nera”.

#GovernoParri destinato a vita breve: riforme economiche, #antimafia, epurazione dal #fascismo Condividi il Tweet

Sotto il governo Parri si tiene inoltre la prima riunione della Consulta Nazionale del Regno d’Italia (25 settembre 1945), istituita dal governo Bonomi tramite il Decreto Legislativo Luogotenenziale del 5 aprile 1945. L’assemblea, a carattere provvisorio, ha il compito di «formulare pareri su questioni generali e sui provvedimenti legislativi del governo». A guidare questo nuovo organismo – suddiviso in 10 Commissioni – viene chiamato il conte Carlo Sforza, ormai “epurato” dalla guida dell’Alto Commissariato. Tra i provvedimenti varati dalla Consulta ci sono il decreto legislativo sul referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 e quello sul suffragio universale delle conseguenti elezioni politiche, dopo le quali la Consulta viene sostituita dall’Assemblea Costituente.

Oltre a quello per la Costituente, con i decreti luogotenenziali n.378, n.379 e n.380, il governo vara altri tre ministeri:

  • alla Ricostruzione, guidato da Meuccio Ruini (Partito Democratico del Lavoro) che coordina le iniziative in materia delle amministrazioni locali e degli Alleati;
  • all’Assistenza postbellica che, diviso in numerose direzioni generali, coordina svariate operazioni di assistenza come quelle ai prigionieri di guerra, ai reduci o ai profughi;
  • dell’Alimentazione, affidato ad Enrico Molè, anch’egli esponente del PDL, che si occupa degli approvvigionamenti, della distribuzione e dei consumi dei prodotti nazionali e di importazione per la popolazione civile e per le forze armate.

Al governo Parri si devono inoltre le prime riforme in campo economico e il primo tentativo di combattere la mafia nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia, dove questa lavora per dirigere il movimento separatista. In politica interna, però, i due obiettivi fondamentali sono l’accelerazione del processo epurativo e il raggiungimento dell’Assemblea Costituente.
Sul fronte internazionale, l’Italia deve ancora fare i conti con il suo passato fascista e con la condizione di paese cobelligerante a cui, di fatto, si doveva lo scoppio della guerra. Questa posizione fa sì che il governo non venga invitato a partecipare né alla conferenza di San Francisco – che porta alla formazione delle Nazioni Unite – né a quella di Potsdam sulle frontiere dell’Europa liberata, dove si decide il futuro di Trieste e dell’Istria.

Il “signor partigiano qualunque” e la “Squadra Ugo”

Secondo le ricerche di Florinda Aragona, Parri – nella storiografia nazionale rappresentato come un politico ingenuo, messo alla guida del governo come mero tappabuchi in attesa di un nome di maggior peso – si dota di un servizio informazioni alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio. Alla guida di questo gruppo viene chiamato il questore ed ex agente dell’OVRA Luca Osteria, noto anche come il “dottor Ugo Modesti” che il comandante “Maurizio” conosce fin dai tempi della sua prigionia sotto i nazisti (gennaio-marzo 1945) e formato da uomini della “Squadra Ugo”, a cui viene affidato

un monitoraggio continuo e approfondito delle attività dei partiti su tutto il territorio, soprattutto dei partiti appartenenti alla coalizione governativa[…]Molte relazioni sono interamente dedicate alle iniziative e alle decisioni dei partiti che si ponevano a sinistra nel panorama politico italiano, perché erano state le più attive durante la Resistenza e perché avevano un peso notevole all’interno del governo

Dal fascio allo Scudo crociato: l’Italia è il Paese dei regimi?

Nato debole, il lavoro del governo Parri viene ostacolato fin dal primo giorno. Con la minaccia fascista ormai alle spalle, l’unità del movimento partigiano si frantuma sotto i colpi del nuovo partitismo repubblicano. I giornali attaccano quotidianamente l’esecutivo, mentre vari sistemi di potere si oppongono con ogni mezzo ad un programma politico fortemente orientato a sinistra. Aree della burocrazia nazionale, della grande industria e parte della stessa sinistra politica – che avrebbe dovuto essere invece naturale sostegno del governo – fanno fronte comune portando alla prematura conclusione del governo azionista. Il 24 novembre 1945, con le dimissioni dei ministri liberali e democristiani e il mancato sostegno di comunisti e socialisti, termina l’esperienza di Ferruccio Parri alla presidenza del Consiglio. Il Partito d’Azione, da solo, non ha le forze per far fronte alla situazione. Sono passati appena cinque mesi dal giorno dell’insediamento. Il vecchio comandante partigiano non ci sta, e indice una infuocata conferenza stampa per spiegare la situazione in cui parlerà apertamente – prima di ritrattare su suggerimento di De Gasperi – di colpo di Stato contro il suo governo:

c’era una cosa che l’Italia non avrebbe mai potuto tollerare: il ritorno del fascismo. Dissi che la crisi provocata dai liberali era una porta aperta a questo ritorno. Sentivo che era in corso un movimento di riflusso, che l’Italia del Ventennio, sconfitta dalla Resistenza, mirava a una rivincita e che si sarebbe servita della crisi per ottenerla. Non dissi che democristiani e liberali si facevano complici del fascismo, ma lo lasciai capire

In un’intervista rilasciata nel 1972 a Corrado Stajano e dal titolo più che eloquente – «Come vuole che faccia a non essere pessimista, a non essere deluso?» – Parri tornerà su questo aspetto:

L’accusa che io faccio ai democristiani di allora: “Voi DC, per governare il Paese, vi siete serviti della classe dirigente fascista, con una scrematura epurazionale insufficiente, che non è penetrata in profondità, ha tolto solo di mezzo qualcuno dei più violenti. Voi avete dato espressione politica e partitica a questa gente. Li avete legittimati e naturalmente ne avete sentito il peso, un peso conservatore e anche reazionario, con una mentalità sagomata da vent’anni di fascismo, pericolosa soprattutto fra i professori universitari, i magistrati, i burocrati”

E ancora, nel gennaio 1972 sull’Astrolabio (pdf), il giornale da lui diretto

E non avevamo ben capito che, ripreso fiato, questa Italia che si era trovata così bene con il fez e con l’impero avrebbe cercato di riprendere il posto ed il potere, con la stessa sagomatura mentale e morale che vent’anni di fascismo le avevano dato.

Non sarà il fascismo di ritorno a guidare l’Italia che si appresta a diventare centro geopoliticamente fondamentale nello scontro tra blocco occidentale e blocco sovietico. Al Palazzo del Viminale, allora sede del Governo, arriva Alcide De Gasperi. L’alba di quel “regime” della Democrazia Cristiana sostenuto dagli Alleati e per il quale Pier Paolo Pasolini chiederà un vero e proprio processo penale, è appena iniziata. Ma questa è un’altra storia…

Cade #governoParri, al suo posto governo #DemocraziaCristiana che #Pasolini vorrebbe processare Condividi il Tweet

Note:

  1. Mario Scelba, presente in vece di De Gasperi ai colloqui Dc-Psiup che si tengono nei primi giorni di giugno, affermerà che «i democristiani apprezzano il nuovo spirito che anima il socialismo italiano e tengono conto dei rapporti personali tra Nenni e De Gasperi, in base ai quali «i democristiani italiani possono dire che il capo del Partito Socialista è la persona a loro più gradita»; tuttavia «l’alleanza dei socialisti e dei comunisti costituisce un’obiezione alla presidenza socialista poiché il patto [d’Unità d’azione] concorre a spostare il problema della presidenza nel senso che darebbe al governo una coloritura social-comunista. Ciò costituisce per noi una grave preoccupazione: temiamo cioè un sensibile spostamento dell’equilibrio dei partiti»». Archvio Nenni, Fondazione Pietro Nenni, Verbale della riunione DC-PSIUP del 1 giugno 1945, Serie Partito, b.87, fasc.288, citato in Marialuisa-Lucia Sergio, De Gasperi e la «questione socialista». L’anticomunismo democratico e l’alternativa riformista, Catanzaro, Rubbettino editore, 2004, p.31;
  2. Alessandro Galante Garrone, Messaggio, in AA.VV., Il Governo Parri. Atti autografi del Convegno, Torino, Centro Studi Piero Gobetti, p.4;
  3. Aldo Ricci, Aspettando la Repubblica. I governi della transizione (1943-1946), Roma, Donzelli, 1996,p.100;

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L'oblio della Repubblica - Dalla mancata rivoluzione della defascistizzazione alla strategia della tensione