Epurazione o desistenza? I fascisti “ripuliti” nell’Italia post-regime

Il 13 marzo 1944 l’Unione Sovietica riconosce il governo Badoglio, seguita da Stati Uniti e Gran Bretagna. La decisione di Mosca arriva dopo un anno di lavoro diplomatico svolto da Palmiro Togliatti, rifugiato nell’URSS dal 1926 e che, in accordo con Stalin, si farà promotore di una politica “di larghe intese” volta a sconfiggere le forze di occupazione. Diretta conseguenza di questa politica sarà la decisione di abbandonare la pregiudiziale antimonarchica, rimandando così il processo sui rapporti tra Casa Savoia e il regime alla fine della guerra. Un fronte diviso tra antifascisti e monarchia – è la tesi di Mosca e dunque dei togliattiani – indebolirebbe il potere dell’Italia nel quadrante mediterraneo a tutto vantaggio degli inglesi.

#Togliatti promuove larghe intese e congela colpe della monarchia. È la #SvoltadiSalerno Condividi il Tweet

Casa Savoia sarà invece al centro di un’alleanza tra monarchia, antifascismo e governo militare necessaria alla creazione di un governo di unità nazionale. È la svolta di Salerno dell’aprile 1944, dove si decide che la città campana rimarrà sede dell’esecutivo fino alla liberazione di Roma (4 giugno 1944).
La svolta spacca il fronte antifascista. Nello stesso Partito Comunista chi ha subito la carcerazione durante il regime non vede l’alleanza in modo così favorevole, ed è solo un diktat lanciato da Togliatti a far rientrare la crisi. Lo stesso leader comunista diventa ministro senza portafogli del governo Badoglio II – esecutivo aperto alla politica e non più solo militare – insieme a Benedetto Croce del Partito Liberale, Pietro Mancini del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), Giulio Rodinò della Democrazia Cristiana e all’indipendente Carlo Sforza.
Una parte di quello stesso PSIUP ora al governo – raccolta intorno a Pietro Nenni e Lelio Basso – dalle pagine del quotidiano socialista l’Avanti! chiama gli operai a rivoltarsi contro lo «stato borghese» che dietro l’arresto di Mussolini nasconde le colpe dell’intera classe dirigente. Si legge in un manifesto-appello del 4 agosto 1943:

Il governo Badoglio non significa una liquidazione della dittatura fascista, ma un tentativo estremo di salvare lo stato monarchico, la struttura sociale e l’impero. Dietro la facciata della dittatura militare sono conservati gli elementi essenziali del fascismo, e per alcuni lati anche rafforzati. La dittatura è un fascismo senza Mussolini[1].

Come i socialisti, anche il Partito d’Azione si fa partito di lotta e di governo. Presente nell’esecutivo con i ministri Alberto Tarchiani (Lavori Pubblici) e Adolfo Omodeo (Educazione Nazionale, dal 1944 Pubblica Istruzione) e il sottosegretario all’Interno Filippo Caracciolo, dalle pagine del giornale Italia libera gli azionisti delineano quattro tipi di fascista a cui applicare gradi diversi di sanzione: dall’uomo della strada la cui unica colpa è l’aver commesso reato d’opinione, fino ai responsabili del rafforzamento del regime nel 1925, a cui applicare le pene più alte.
Il partito è, all’epoca, l’unico a denunciare anche le compromissioni del regime con la Chiesa cattolica. Secondo le ricerche fatte da Carlo Maria Fiorentino, ricercatore dell’Archivio Centrale di Stato, prima della caduta del regime Mussolini aveva potuto disporre di ben sedici spie in Vaticano. Tra questi monsignor Umberto Benigni, che le ricerche dello storico Mauro Canali pongono in collegamento con le «destre europee più radicali» e a capo di un’organizzazione nota come “Sodalitium Pianum” (nota anche come “Sapinière”), il cui scopo era il controllo e lo spionaggio della vita privata degli appartenenti al clero. Preti-spia erano stati usati anche sul confine nord-orientale italiano, dove il regime si era prodigato nella politica dell’italianizzazione coatta.

Ildefonso Schuster: l’Arcivescovo Nero&la giovane Gladio

Tra i più compromessi con il regime c’era inoltre l’arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster. Dal pulpito del Duomo milanese, il 28 ottobre 1935, egli aveva dato la propria benedizione alla spedizione fascista in Etiopia, che «a prezzo di sangue» avrebbe aperto le porte della futura colonia italiana «alla Fede cattolica e alla civiltà romana».
A due anni da quella benedizione, il 25 aprile 1945 sarà proprio l’arcivescovo a farsi mediatore della resa di Mussolini al CLN, prima della fuga del Duce verso Como e la successiva esecuzione del 28 aprile.

Con i nazisti in ritirata, Schuster si preoccupa di evitare i bombardamenti su Milano. Ma da quel 1945 le sue attenzioni si rivolgono soprattutto al nuovo nemico: il comunismo «ateo e materialista», contro cui viene rimesso in piedi il Movimento Avanguardia Cattolica Italiana (Maci), fondato nel 1919 da monsignor Andrea Ferrari per fronteggiare le violenze anticlericali durante il biennio rosso. Sciolto da Mussolini, il nuovo movimento può contare sul naturale appoggio della Dc e di Papa Pio XII, cosa che permette all’ala militare del Maci di stipare armi in chiese, cimiteri, oratori e conventi. Il movimento avrà un importante ruolo in chiave propagandistica per i candidati cattolici alle elezioni del 1948.
L’arcivescovo entrerà nelle cronache nazionali solo a partire dal 30 dicembre 1974 quando – su disposizione del magistrato Giovanni Arcai – la polizia giudiziaria di Brescia perquisisce l’abitazione milanese di un ex partigiano cattolico, Pietro Cattaneo, nell’ambito delle indagini sull’organizzazione terroristica anticomunista “Movimento di Azione Rivoluzionaria” (Mar), fondato da un altro partigiano “bianco”: Carlo Fumagalli. Nel materiale ritrovato si parla ampiamente del Maci, di cui Cattaneo era stato il comandante.
Il riconoscimento come unica organizzazione paramilitare legittima che nel 1948 la Democrazia Cristiana darà al Maci è inoltre al centro di una lettera dell’ex segretario della Dc lombarda Vincenzo Sangalli, ritrovata tra i documenti sequestrati.

L’inchiesta di Arcai – successivamente giudice istruttore della prima fase del processo per la Strage di Piazza della Loggia – viene ovviamente fermata.
Anni dopo, nella prefazione al libro 1948, tutti armati. Cattolici e comunisti pronti allo scontro, scritto da Adolfo Fiorani e Achille Lega[2] lo stesso giudice parlerà della formazione di un «cordone sanitario» volto a segretare l’esistenza di gruppi paramilitari collegati con la Dc e con il Pci «nell’interesse del sospirato compromesso storico».

Per approfondire sul Maci puoi leggere:

Insieme alla Brigata Partigiana Osoppo, il Maci è stato il più importante gruppo paramilitare anticomunista operante in Italia tra il 1946 e il 1956, data in cui del movimento si perde qualunque traccia. Questo si spiega – lo fa ad esempio lo storico Giacomo Pacini nel già citato Le altre Gladio – con il fatto che sul Maci e una parte della Osoppo si basa la formazione di Gladio, organizzazione nata dall’accordo tra il Sifar (servizio segreto italiano) e la Cia del novembre 1956 allo scopo di tenere l’Italia all’interno del Patto Atlantico (operazione “Stay Behind”).

#CompromessoStorico censura storia paramilitari #DemocraziaCristiana e #PartitoComunista Condividi il Tweet

A chi interessa davvero defascistizzare?

Mentre nell’ombra si muovono i primi passi di quella che sarà la strategia della tensione, i partiti si dividono sul modo in cui portare avanti il sistema delle sanzioni contro il fascismo.
Alle richieste di una applicazione seria e intransigente del programma sanzionatorio, di cui si fanno promotori socialisti e azionisti, si contrappone la linea compromissoria del Pci e, ancor più, della Democrazia Cristiana. I democristiani antepongono fin da subito la morale cristiana alle epurazioni, sostenendo la necessità di una politica basata sulla riconciliazione e sul perdono del vecchio nemico fascista. Dietro alla cornice religiosa la Dc nasconde in realtà la volontà di trasformarsi in partito di massa, lo stesso progetto su cui lavora Togliatti fin dal suo ritorno in Italia. Per allargare il bacino elettorale, è il pensiero dei due partiti, è bene tralasciare le colpe di molti gruppi sociali che hanno approfittato del regime fascista.

La politica “cristiana” della Dc e il ribaltamento della posizione comunista rappresentano un punto cruciale nella storia delle epurazioni contro il fascismo: quel passaggio dalla Resistenza alla desistenza che inizia – come scrive nel 1946 Piero Calamandrei sulla rivista Il Ponte da lui stesso fondata – quando la società è

diventata incapace, come un organismo esausto che non riesce più a reagire contro la virulenza dell’infezione, di indignarsi e di insorgere contro la bestiale follia dei pochi

Questo passaggio, secondo lo storico Pietro Polito, porta al «contrasto tra memoria e oblio dei valori della coscienza e della religione». Un contrasto che nel giro di pochissimi anni porterà i fascisti dal ruolo di carnefice a quello di (quasi) vittime, tanto che nel 1947 persino le sevizie usate dai nazifascisti sulle partigiane – come lo stupro o la depilazione dei genitali – non saranno più considerate violenze particolarmente efferate.

#Calamandrei: se la società non si indigna si passa dalla #Resistenza alla #desistenza Condividi il Tweet

“Senza prove certe”: l’auto-sabotaggio della defascistizzazione

Contrari alla politica delle epurazioni sono anche alcuni esponenti del governo Badoglio, come i ministri Vito Reale e Raffaele De Caro – titolari rispettivamente dei dicasteri dell’Interno e dei Lavori Pubblici – promotori di un’opera di contrasto basata sull’assenza di prove certe contro gli epurati. Mancando la base giuridica per un processo, è la tesi di fondo, neanche i più alti gerarchi devono essere epurati.
Altre volte sono gli Alleati a porre il proprio veto alle epurazioni. Dopo la liberazione di Napoli (27-30 settembre 1943, le cosiddette “Quattro giornate”), ad esempio, viene aperto un processo contro Giuseppe Frignani, deputato del PNF e direttore del Banco di Napoli, carica che lo pone anche nei consigli d’amministrazione di Fondiaria e Generali, due delle principali società assicurative italiane. Le sue capacità sono troppo importanti per permetterne l’epurazione, sostengono gli angloamericani per bocca del generale Edgar Erskine Hume, capo del Governo militare alleato per la 5a armata, e questo basta per la decisione di assolvere Frignani da tutte le accuse. Il passaggio dal regime al governo post-fascista non sarà però indenne per il banchiere, deportato nei campi di Aversa e Padula e successivamente accusato di illecito arricchimento. Anche per quest’accusa Frignani verrà assolto, questa volta per non aver commesso il fatto e non per le sue amicizie.

Il mistero di Rofrano

La questione più spinosa è però quella sarda. Abbandonata dai nazisti nel settembre 1943, in Sardegna i militari sviluppano un piano per mantenere i contatti tra l’isola e la RSI. A guidare l’operazione è il maggiore Giovanni Martini, console generale della Milizia Volontaria, arrestato il 3 dicembre 1943 al largo della Maddalena, mentre a bordo di una piccola imbarcazione cerca di raggiungere il continente. Nelle tasche del suo impermeabile viene ritrovato il verbale costitutivo del Partito Fascista Repubblicano Sardo, fondato a Sassari il 18 settembre 1943.

Questa vicenda è ancora oggi accompagnata da un mistero irrisolto: il 6 marzo 1944 un aereo Savoia Marchetti SM83 (matricola 458 I-ESTE) della Regia Aeronautica Italiana precipita nei pressi di Rofrano (Salerno), causando la morte dell’equipaggio e di tutti i passeggeri. Quel tipo di aereo è usato per gli spostamenti di gerarchi come Galeazzo Ciano e dello stesso Mussolini, e a guidarlo quel giorno è il tenente Vezio Terzi, un pilota esperto.
Dalla ricostruzione fatta dall’associazione Salerno 1943 e dai fratelli Bruno, Gianni e Paolo Merella si apprende che il velivolo decolla dall’aeroporto di Lecce quella mattina per servizi aeroportuali, atterrando all’aeroporto di Gaudo (nei pressi di Paestum) e tornando indietro lungo lo stesso tragitto nel primo pomeriggio di quello stesso giorno.

Tra i passeggeri c’è il capitano di fanteria Menotti Mario Lo Pane, procuratore del Re presso il Tribunale Militare di Guerra del VII Corpo d’Armata, a cui il maresciallo Giovanni Messe – sostituto di Mario Roatta come capo del comando supremo – ha affidato il compito di recuperare i documenti del processo contro il gruppo di ufficiali guidato da Martini, il cui primo grado si sta tenendo in quel periodo presso il Tribunale Militare Territoriale di Guerra di Oristano. Recuperare i documenti e portarli a Lecce, alla Commissione alleata di controllo e al ministero della Guerra: è questa la missione di Lo Pane.

Ma all’altezza di Rofrano l’aereo precipita, senza prendere fuoco. Dall’elenco degli effetti personali recuperati non manca niente, tranne i documenti inerenti il processo che il capitano porta con sé. Le indagini prendono da subito una direzione ben precisa: i documenti sono stati fatti sparire. È la tesi esplicitata dal ministro della Guerra Taddeo Orlando

Nella presunzione che il Capitano Lopane (sic), prima della partenza dalla Sardegna, durante il viaggio od anche durante la permanenza a Salerno abbia potuto lasciarsi sfuggire qualche confidenza in merito agli importanti documenti che recava, questo ministero non esclude che il carico postale ed i bagagli personali abbiano potuto essere ricercati e sottratti da persona interessata al processo o, comunque, incaricata di fare sparire i documenti di cui trattasi

Una missiva redatta il 9 giugno 1944 dal Gruppo di Salerno della Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Napoli riporta che alcuni documenti rinvenuti in una borsa di pelle marrone, ritrovata insieme ad un plico chiuso e sigillato diretto al comando inglese di Lecce – sono stati lacerati dall’ufficiale incaricato del recupero degli effetti personali delle vittime.

Ancora oggi quello di Rofrano rimane un mistero: come ha fatto un aereo teoricamente pieno di benzina a precipitare senza prendere fuoco? Che fine hanno fatto i documenti? E soprattutto: chi avrebbe avuto interesse a farli sparire? Quali informazioni da non rendere pubbliche contenevano quei documenti? L’unica risposta trovata, ad oggi, è che l’aereo precipita per la tempesta di neve in atto quel giorno, che avrebbe portato Velio Terzi a schiantarsi contro il fianco di una piccola montagna a mezz’ora dal decollo. Ma anche in questo caso la ricostruzione della dinamica è incerta.

Quelli della “Nembo”

Gli uomini di Martini non sono però gli unici, in Sardegna, a creare problemi al governo centrale e agli Alleati. Un folto numero di militari fascisti presenti sull’isola – appartenenti alla divisione di paracadutisti “Nembo” – continua a svolgere attività in favore del regime anche dopo l’armistizio. Il gruppo è talmente fedele al Duce che chi prova a portare la divisione nel campo antifascista viene ucciso, come capita al tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, capo di Stato Maggiore della “Nembo” ed ex Comandante del IV battaglione della “Folgore” ad El Alamein. Un rapporto preliminare stilato il 26 dicembre 1943 dal dottor Dino Fabris – ispettore generale della pubblica sicurezza a cui vengono affidate le indagini sull’omicidio – evidenzia come siano non meno di 50.000 i soldati ancora in armi presenti sull’isola.

La questione viene risolta inserendo i militari nelle file dell’esercito monarchico. Finite le indagini, però, anche Fabris viene sottoposto ad un procedimento di epurazione. Prima di essere cooptato dal governo Badoglio per l’indagine sulla “Nembo”, infatti, era stato a capo della sezione sarda della polizia politica fascista (l’OVRA) dove – forte dell’esperienza maturata nella repressione delle minoranze slovene nella Venezia Giulia – aveva costituito una fitta rete spionistica basata sull’affiliazione dei parroci. Solo una «martellante campagna antifascista» porterà alla destituzione di Fabris.

Il salvagente della competenza

La “questione sarda” non si risolve con l’epurazione di Fabris, né con i processi al gruppo di Martini e alla Nembo. Anzi, la Sardegna diventa motivo di scontro interno agli Alleati: per bocca del rappresentante sovietico presso il Regno del Sud Aleksandr Bogomolov, Mosca sostiene che il processo di epurazione nell’isola è inefficace, come non fosse mai partito. A tale accusa – non certo infondata – risponde il generale Noel Mason-Macfarlane, capo della Commissione di controllo alleata, attraverso il memorandum “Epurazione dei fascisti e condizione delle prigioni in Sardegna”, nel quale si evidenzia che 68 fascisti sono stati rimossi, e 25 sono sotto esame. Tra questi non vi è però alcun tecnico, in quanto gli angloamericani – che hanno avuto non pochi problemi a trovare traduttori – non possono rinunciare alle loro competenze. Il rischio di assoldare ex fascisti è piuttosto alto. Tra questi c’è Vito Genovese, assunto come traduttore del governatore Charles Poletti e più noto come “don Vitone”, tra i più potenti boss di New York. La stessa città di cui Poletti era stato governatore per un mese.

Per approfondire sulla figura di Vito Genovese e i rapporti tra la mafia siciliana e gli Stati Uniti per lo sbarco alleato in Italia:

In uno dei primi documenti che la Commissione alleata redige sullo stato delle sanzioni contro il fascismo, il giudizio sul governo Badoglio è senza appello: lasciate nelle mani dell’esecutivo, le epurazioni «in nessun luogo si sono dimostrate prossime ai criteri minimi stabiliti dalla Commissione»[3].

Primo rapporto #Alleati su #epurazione #fascismo evidenzia l’inutilità del programma Condividi il Tweet

La linea particolarmente morbida adottata dagli americani non è comunque tanto diversa dalla politica sanzionatoria del governo italiano. L’idea di imbastire un “maxiprocesso al fascismo” rimarrà solo una ipotesi puramente teorica.

Note:

  1. L’Italia dei quarantacinque giorni. 1943 25 luglio-8 settembre, Milano, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, 1969, p.298;
  2. Adolfo Fiorani, Achille Lega, 1948, tutti armati. Cattolici e comunisti pronti allo scontro, Milano, Ugo Mursia Editore, 1997, p.8;
  3. Commissione alleata in Italia, Review of Allied Government, p.2;

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L'oblio della Repubblica - Dalla mancata rivoluzione della defascistizzazione alla strategia della tensione